mercoledì 15 luglio 2009

Popolari Italiani al Parlamento Europeo

Ieri si è insediato il nuovo Parlamento Europeo.
Il popolare polacco Jerzy Buzek è stato eletto presidente.

Ecco la lista dei parlamentari europei di nazionalità italiana che siedono nel gruppo del Partito Popolare Europeo:

ALBERTINI Gabriele
ALLAM Magdi Cristiano
ANGELILLI Roberta
ANTINORO Antonello
ANTONIOZZI Alfredo
BALDASSARRE Raffaele
BARTOLOZZI Paolo
BERLATO Sergio Antonio
BONSIGNORE Vito
CANCIAN Antonio
CASINI Carlo
COLLINO Giovanni
COMI Lara
DE MITA Luigi Ciriaco
DORFMANN Herbert
FIDANZA Carlo
GARDINI Elisabetta
IACOLINO Salvatore
LA VIA Giovanni
MASTELLA Mario Clemente
MATERA Barbara
MAURO Mario
MAZZONI Erminia
MOTTI Tiziano
MUSCARDINI Cristiana
PALLONE Alfredo
PATRICIELLO Aldo
RIVELLINI Crescenzio
RONZULLI Licia
SALATTO Potito
SARTORI Amalia
SCURRIA Marco
SILVESTRIS Sergio Paolo Francesco
TATARELLA Salvatore
ZANICCHI Iva

venerdì 10 luglio 2009

Autorità, Lealtà, Tradizione

Uno dei caratteri dell’atteggiamento conservatore, fin da Aristotele, è quello di concepire la società come non distinta dallo stato (l’uomo è un essere politico e non esiste nessuna dimensione pre-politica dell’uomo) e di concepire l’ordine sociale non come il risultato di una delega al sovrano, da parte di sudditi chiusi nel loro individualismo, di poteri in cambio di sicurezza, ma come il frutto di un processo secolare di adattamento dei costumi, un processo che ruota intorno al rispetto del sentimento di giustizia che vive nel cuore di ognuno di noi. E qui si rimarca una notevole differenza con il fascismo, dottrina politica che pur non separando Stato e individui, aveva la pretesa di costruire un uomo nuovo, libero dai retaggi del passato e dai suoi pregiudizi, ingranaggio di uno Stato votato ad un ideale di superiorità.

Un conservatore non concepisce lo stato come un mezzo per raggiungere fini ulteriori (libertà per i liberali, giustizia sociale per socialisti e comunisti), né concepisce i rapporti tra il popolo e le istituzioni secondo lo schema potere-soggezione. Un conservatore non è interessato a conquistare il potere per raggiungere un certo fine (questo interessa a liberali, socialisti, comunisti). Un conservatore, invece, concepisce lo stato come un fine in sé, come un bene prezioso in cui poter vivere un’esistenza giusta e ordinata. E’ per questo che il conservatore concepisce i rapporti tra il popolo e le istituzioni secondo lo schema autorità-lealtà, riconoscendo che alcune persone devono avere la forza necessaria a mantenere insieme il corpo sociale. Ma al conservatore non basta l’esistenza di un uomo forte al comando, se quest’uomo non rispetta le istituzioni e i costumi che ci vengono dalla tradizione o, peggio ancora, esercita il proprio potere in spregio al sentimento di giustizia naturale (che per noi conservatori occidentali coincide con le leggi che Dio scrive nel cuore di ogni uomo e che ci sono tramandate dalla nostra storia di popoli cristiani).

Un conservatore, dunque, non ricerca il potere, ma l’autorità necessaria per realizzare il bene del popolo cui appartiene, nel rispetto della tradizione. Ma quale tradizione? Anche comunisti, socialisti, fascisti e liberali vantano le loro tradizioni, i loro apparati iconografici, le loro storie, i loro sentimenti. Eppure la Tradizione, per un conservatore, non può e non deve essere un concetto relativo.

E’ scritto: «In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni farisei e alcuni scribi e gli dissero: “Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!”. Ed egli rispose loro: “Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione? Dio ha detto:

Onora il padre e la madre

e inoltre:

Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte.

Invece voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo:
Questo popolo mi onora con le labbrama il suo cuore è lontano da me.Invano essi mi rendono culto,insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.

Poi riunita la folla disse: “Ascoltate e intendete! Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!”.

Allora i discepoli gli si accostarono per dirgli: “Sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?”. Ed egli rispose: “Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata. “Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!”. Pietro allora gli disse: “Spiegaci questa parabola”. Ed egli rispose: Anche voi siete ancora senza intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l'uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l'uomo» (Mt 15, 1-20).


Per un conservatore l’essere umano è il figlio di un Padre amorevole. Per un conservatore la Tradizione è il patrimonio che nasce dall’amore del figlio per il Padre, dall’amore per il decoro connesso alla speciale dignità della persona umana. Per un conservatore l’uomo non è una mala pianta da istruire o correggere per raggiungere ideali di grandezza, ma un tesoro da educare con l’esempio e la testimonianza. Per un conservatore l’uomo non è un individuo che si impartisce da solo le sue leggi, chiuso nella ricerca del suo benessere materiale, ma una creatura fragile, bisognosa delle cure dei suoi simili. Per un conservatore l’essere umano non si riduce ad una creatura economica, a materia che fruisce di altra materia. Per un conservatore l'uomo è anche spirito che si nutre di amore e di verità.

mercoledì 8 luglio 2009

Caritas in Veritate



L'Enciclica Caritas in Veritate contiene spunti di riflessione molto interessanti. Eccone alcuni.







«Caritas in veritate» è principio intorno a cui ruota la dottrina sociale della Chiesa, un principio che prende forma operativa in criteri orientativi dell’azione morale. Ne desidero richiamare due in particolare, dettati in special modo dall’impegno per lo sviluppo in una società in via di globalizzazione: la giustizia e il bene comune.
La giustizia anzitutto. Ubi societas, ibi ius: ogni società elabora un proprio sistema di giustizia. La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del ‘‘mio’’ all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è ‘‘suo’’, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso «donare» all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è «inseparabile dalla carità», intrinseca ad essa. La giustizia è la prima via della carità o, com’ebbe a dire Paolo VI, «la misura minima» di essa, parte integrante di quell’amore «coi fatti e nella verità» (1 Gv 3, 18), a cui esorta l’apostolo Giovanni. Da una parte, la carità esige la giustizia: il riconoscimento e il rispetto dei legittimi diritti degli individui e dei popoli. Essa s’adopera per la costruzione della ‘‘città dell’uomo’’ secondo diritto e giustizia. Dall’altra, la carità supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. La ‘‘città dell’uomo’’ non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre anche nelle relazioni umane l’amore di Dio, essa dà valore teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo.

Con la Lettera apostolica Octogesima adveniens del 1971, Paolo VI trattò poi il tema del senso della politica e del pericolo costituito da visioni utopistiche e ideologiche che ne pregiudicavano la qualità etica e umana. Sono argomenti strettamente collegati con lo sviluppo. Purtroppo le ideologie negative fioriscono in continuazione. Dall’ideologia tecnocratica, particolarmente radicata oggi, Paolo VI aveva già messo in guardia, consapevole del grande pericolo di affidare l’intero processo dello sviluppo alla sola tecnica, perché in tal modo rimarrebbe senza orientamento.

La vocazione è un appello che richiede una risposta libera e responsabile. Lo sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei popoli: nessuna struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra della responsabilità umana. I «messianismi carichi di promesse, ma fabbricatori di illusioni» fondano sempre le proprie proposte sulla negazione della dimensione trascendente dello sviluppo, nella sicurezza di averlo tutto a propria disposizione. Questa falsa sicurezza si tramuta in debolezza, perché comporta l’asservimento dell’uomo ridotto a mezzo per lo sviluppo, mentre l’umiltà di chi accoglie una vocazione si trasforma in vera autonomia, perché rende libera la persona. Paolo VI non ha dubbi che ostacoli e condizionamenti frenino lo sviluppo, ma è anche certo che «ciascuno rimane, qualunque siano le influenze che si esercitano su di lui, l’artefice della sua riuscita o del suo fallimento».

La mobilità lavorativa, associata alla deregolamentazione generalizzata, è stata un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi perché capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza e lo scambio tra culture diverse. Tuttavia, quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti dell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. Conseguenza di ciò è il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale.

Oggi le possibilità di interazione tra le culture sono notevolmente aumentate dando spazio a nuove prospettive di dialogo interculturale, un dialogo che, per essere efficace, deve avere come punto di partenza l’intima consapevolezza della specifica identità dei vari interlocutori. Non va tuttavia trascurato il fatto che l’accresciuta mercificazione degli scambi culturali favorisce oggi un duplice pericolo. Si nota, in primo luogo, un eclettismo culturale assunto spesso acriticamente: le culture vengono semplicemente accostate e considerate come sostanzialmente equivalenti e tra loro interscambiabili. Ciò favorisce il cedimento ad un relativismo che non aiuta il vero dialogo interculturale; sul piano sociale il relativismo culturale fa sì che i gruppi culturali si accostino o convivano ma separati, senza dialogo autentico e, quindi, senza vera integrazione. In secondo luogo, esiste il pericolo opposto, che è costituito dall’appiattimento culturale e dall’omologazione dei comportamenti e degli stili di vita. In questo modo viene perduto il significato profondo della cultura delle varie Nazioni, delle tradizioni dei vari popoli, entro le quali la persona si misura con le domande fondamentali dell’esistenza. Eclettismo e appiattimento culturale convergono nella separazione della cultura dalla natura umana. Così, le culture non sanno più trovare la loro misura in una natura che le trascende, finendo per ridurre l’uomo a solo dato culturale. Quando questo avviene, l’umanità corre nuovi pericoli di asservimento e di manipolazione.

La verità, che al pari della carità è dono, è più grande di noi, come insegna sant’Agostino. Anche la verità di noi stessi, della nostra coscienza personale, ci è prima di tutto ‘‘data’’. In ogni processo conoscitivo, in effetti, la verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l’amore, «non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all’essere umano».

Forse un tempo era pensabile affidare dapprima all’economia la produzione di ricchezza per assegnare poi alla politica il compito di distribuirla. Oggi tutto ciò risulta più difficile, dato che le attività economiche non sono costrette entro limiti territoriali, mentre l’autorità dei governi continua ad essere soprattutto locale. Per questo, i canoni della giustizia devono essere rispettati sin dall’inizio, mentre si svolge il processo economico, e non già dopo o lateralmente.

L’esasperazione dei diritti sfocia nella dimenticanza dei doveri. I doveri delimitano i diritti perché rimandano al quadro antropologico ed etico entro la cui verità anche questi ultimi si inseriscono e così non diventano arbitrio. Per questo motivo i doveri rafforzano i diritti e propongono la loro difesa e promozione come un impegno da assumere a servizio del bene. Se, invece, i diritti dell’uomo trovano il proprio fondamento solo nelle deliberazioni di un’assemblea di cittadini, essi possono essere cambiati in ogni momento e, quindi, il dovere di rispettarli e perseguirli si allenta nella coscienza comune.

Una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare è la solitudine. A ben vedere anche le altre povertà, comprese quelle materiali, nascono dall’isolamento, dal non essere amati o dalla difficoltà di amare. Le povertà spesso sono generate dal rifiuto dell’amore di Dio, da un’originaria tragica chiusura in se medesimo dell’uomo, che pensa di bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero, uno «straniero» in un universo costituitosi per caso. L’uomo è alienato quando è solo o si stacca dalla realtà, quando rinuncia a pensare e a credere in un Fondamento. L’umanità intera è alienata quando si affida a progetti solo umani, a ideologie e a utopie false.

giovedì 25 giugno 2009

Purghe in vista per i Tories




A seguito degli scandali dei rimborsi spese gonfiati (cose che in Italia sarebbero considerate marachelle da ragazzini), pare che più della metà degli attuali parlamentari conservatori non sarà ricandidata alle prossime elezioni politiche in Regno Unito.


E' quanto si apprende da questo articolo del Telegraph.

mercoledì 24 giugno 2009

E' nato!!

Lo scorso lunedì è stato formato un nuovo gruppo in seno al Parlamento Europeo.

Il suo nome è Conservatori e Riformisti Europei.


I membri del gruppo provengono dai seguenti Paesi
Belgio: Lijst Dedecker, 1 seggio
Lettonia: Fatherland and Freedom Party, 1 seggio
Paesi Bassi: Christian Union, 1 seggio
Polonia: Justice and Law (PiS), 15 seggi
Regno Unito: Conservatives, 26 seggi
Repubblica Ceca: Civic Democrats (ODS), 9 seggi
Ungheria: Democratic Forum (MDF), 1 seggio


I principi ispiratori del nuovo gruppo sono contenuti nella Dichiarazione di Praga, e sono riassumibili nei seguenti: libera impresa, commercio libero ed equo, riduzione dell'imposizione fiscale, responsabilità personale, energia pulita e sostenibile, sicurezza energetica, famiglia come fondamento della società, integrità delle sovranità nazionali, opposizione al centralismo dell'UE, vera sussidiarietà, rilancio della NATO e della sicurezza atlantica, controllo effettivo sull'immigrazione, fine dell'abuso delle procedure di richiesta di asilo politico, servizi pubblici efficienti e moderni, sensibilità ai bisogni sia delle comunità rurali, sia di quelle urbane, fine degli sprechi e dell'eccessiva burocrazia, maggiore trasparenza ed onestà nelle istituzioni europee e nell'uso di fondi europei, rispetto ed equo trattamento per tutti i Paesi UE, vecchi e nuovi, grandi e piccoli.
Come si vede, il gruppo dei conservatori europei adotta una concezione forte e non relativista di conservatorismo. Difatti, se un politico di centro-destra si paragona al gruppo socialista ha ragione a sentirsi conservatore. Ed anche un qualsiasi membro dell'ASDE, se guarda al gruppo comunista può sentirsi un conservatore. Ed anche un comunista, se guarda ad un brigatista rosso, può sentirsi un conservatore.
Il fatto è che, come dimostra la scelta dei Tories, si è conservatori non perché si è più moderati rispetto ad altri più a sinistra di noi, ma perché si hanno a cuore determinate questioni sostanziali (rule of law, libertà economica, difesa dei valori occidentali, lotta allo strapotere dell'eurocrazia).

martedì 23 giugno 2009

Il bipartitismo era già morto (ammazzato)

Il bipartitismo non è morto ieri. Era già stato ucciso nel 1999. Ed i suoi killer principali furono Bossi e Berlusconi.
Nel 1993 il popolo italiano si espresse a favore del sistema elettorale maggioritario su base uninominale. Fu conservata una quota di seggi da eleggere con il sistema proporzionale. Poi, per una serie di alchimie, la proporzionale ha mangiato il maggioritario.
Ed ora, su un troncone proporzionale, si pretendeva di far affermare un bipartitismo che con il sistema proporzionale c'entra come i cavoli a merenda, cianciando di sistemi inglesi e americani (noi il sistema inglese lo avremmo avuto se il referendum del 1999 non fosse stato affossato dal duo Bossi-Berlusconi) e pretendendo che il popolo, che certe cose le capisce meglio di molti costituzionalisti, si esprimesse su dei quesiti cervellotici.
Il popolo nel '93 disse che non voleva il sistema proporzionale. Il popolo ieri non ha detto di non volere il bipartitismo. Ha detto, più semplicemente, che non vuole fare entrare dalla finestra ed in maniera cervellotica, ciò che era già stato espulso dalla porta con la legge Calderoli.

venerdì 19 giugno 2009

Il Pop della Libertà

Nell'epoca in cui in Italia dilaga il Pop della Libertà, la parlamentare del PDL Deborah Bergamini dipinge Marco Tullio Cicerone, una delle massime mentalità conservatrici della storia dell'umanità, il cui pensiero ha influenzato personaggi del calibro di Sir Edward Coke e Sir Edmund Burke, come un antesignano delle toghe rosse.
In attesa che venga pubblicata un'altra lettera, in cui magari si fa passare Burke (memorabile il passaggio delle sue Riflessoni sulla Rivoluzione in Francia in cui mette in evidenza la pletorica presenza di avvocati nell'Assemblée Générale) per un dipietrista ante litteram, riporto di seguito la lettera inviata da Deborah Bergamini al Corriere della Sera.




Deborah Bergamini


Caro direttore, salvare Catilina, salvare la Repubblica. Roma, I secolo A. C.: Lucio Sergio Catilina è un patrizio romano, uomo coraggioso e di parola. In breve tempo percorre con inaspettato successo tutta la carriera politica, coltivando idee di giustizia sociale e libertà. Per tre volte tenta di raggiungere la carica di console, massima autorità repubblicana, spinto da un consenso popolare straordinario frutto di posizioni anticonformiste, progetti di riforma e profondo senso della Patria.

Per tre volte i poteri forti del tempo utilizzano tutti i mezzi, leciti ed illeciti, per combatterlo e sconfiggerlo. Nella Roma del 50 a.C. esisteva una norma molto lontana dall'attuale concezione del diritto, che alcune moderne marionette del giustizialismo italico vorrebbero applicare anche alla nostra democrazia: ai cittadini romani anche solo inquisiti veniva impedito l'accesso ad ogni carica pubblica.

Ed è sulla base di questa norma che Lucio Sergio Catilina viene per due volte accusato di nefandezze a pochi giorni dalle elezioni, interdetto e poi assolto dopo il voto. Ma a chi vede in Catilina e nel suo partito un pericolo troppo grande per i propri interessi, l'esclusione anche solo temporanea del «rivoluzionario conservatore» non può bastare: occorre distruggerne il consenso per intero.

Il compito viene affidato al più famoso e abile avvocato del tempo, Marco Tullio Cicerone, alla sua spregiudicatezza e alla sua straordinaria capacità di falsificare i fatti. Cicerone trasforma Catilina in un hostis, un nemico della Patria, servendosi dei più efficaci strumenti dell'epoca: dalle accuse basate su lettere anonime, ai brogli elettorali, ai discorsi retorici tesi a costruire l'immagine più degenerata del suo avversario, fino alle palesi violazioni della legge romana.

Tra le accuse più infamanti, Cicerone imputa a Catilina di aver corrotto una giovane vestale, vergine e consacrata alla dea del focolare. Ci spostiamo di oltre 2000 anni. Al famoso avvocato pensano di sostituirsi procure politicizzate e redazioni di giornali.

Al posto delle orazioni di Cicerone, si ascoltano i teoremi mediatici e giudiziari, si assiste all'uso spesso indecente di foto, video e intercettazioni. La tentazione è sempre la stessa: demonizzare il «rivoluzionario conservatore» di oggi. Gli optimates di ieri che armarono le azioni di Cicerone erano i rappresentanti di una classe senatoriale gelosa custode di privilegi politici ed economici; gli optimates che violentano le regole di oggi sono potentati senza patria, politici mediocri e polverosi intellettuali.

Il potere non accetta gli imprevisti e spesso i grandi riformatori, gli uomini in grado di cambiare la storia, si presentano all'appuntamento senza bussare. Questo li rende inaccettabili.

Ma la storia maledice il suo ritorno. Il suo tragico fugge davanti alla farsa in cui si trasforma. E così accade che oggi, per distruggere l'uomo che sta cambiando l'Italia, si è persino disposti a distruggere l'Italia stessa.

Minando la fiducia nelle istituzioni che quell'uomo rappresenta, il valore di una democrazia fondata sul consenso popolare, l'immagine di una nazione all'estero e la percezione che il Paese ha di se stesso. Si è disposti a far precipitare la dignità nazionale dentro il buco di una serratura. Un'opera di demolizione che non dovrebbe giovare a nessuno. O forse sì.

Quando l'avversario politico viene trasformato per forza in un nemico della patria, quando diviene normale distruggerne il nome, la famiglia, gli amici, i collaboratori, la vita stessa, quando trionfano coloro che accusano per mestiere, con illazioni e teoremi, dietro il velo di un'informazione che è spesso solo fango, allora il diritto scompare, le Repubbliche cadono, le libertà civili si spezzano e i Cesari, quelli veri, arrivano di lì a poco.


Deborah Bergamini 18 giugno 2009





Ed ecco il curriculum vitae di Deborah Bergamini, pubblicato da lei stessa sul suo sito personale.




Sono nata a Viareggio quaranta anni fa, sono giornalista professionista dal 1999 ed esperta di comunicazione e televisione. Dopo la maturità classica e la laurea con lode in lingue all'Università di Firenze, nel 1992 volo negli Stati Uniti grazie ad una borsa di studio vinta presso lo Smith College in Northampton in Massachusetts, dove mi specializzo in American Studies con focus sul marketing politico. Intraprendo la carriera giornalistica nel 1993. Inizio a lavorare presso due emittenti televisive toscane, Italia 7 e Rete 37, e come cronista di nera e giudiziaria al quotidiano La Nazione, una palestra per la professione e per la vita. Mi sposto poi a Parigi dove l'editore francese Analyses et Synthèses mi offre l'incarico di caporedattrice fino al 1997, anno in cui approdo a Londra, dove sono giornalista televisiva per l'emittente americana Bloomberg. E' lavorando lì che conosco Silvio Berlusconi in occasione di un'intervista. Nel 1999 divento sua consulente per la comunicazione e lo seguo a Palazzo Chigi nel 2001. Nel 2002 torno a lavorare nel settore televisivo, ma stavolta nel servizio pubblico. Vengo assunta in Rai come Vice Direttore del Marketing Strategico, con deleghe allo sviluppo di business e marketing internazionale. Nel 2003 vengo nominata Consigliere di Amministrazione di Rai International e successivamente di Rai Trade. Partecipo in rappresentanza di Rai al consorzio Italia Digitale, per lo sviluppo del digitale terrestre in Italia. Sempre nel 2003 vengo nominata componente del comitato di consulenti del Ministro dei Beni e delle Attività culturali. Nel 2004 divento Direttore Marketing della Rai, ruolo che ricopro fino al gennaio 2008. Nel marzo 2008 vengo candidata al Parlamento per il Popolo della Libertà e sono eletta nel collegio della Toscana nella XVI Legislatura della Repubblica Italiana.